Alfredo Paluselli
In breve:
Alfredo Paluselli ha rappresentato, ed è tutt'ora, un'icona del vero uomo di montagna. Non si è piegato alle leggi del vivere comune ma ha creduto in verità più longeve della vita stessa: la montagna, l'arte e le profonde esperienze che da esse derivano. Personaggio duro e difficile ma profondamente sensibile ed intelligente è riuscito in numerose imprese che lo hanno reso indimenticabile.

Alfredo Paluselli in una delle immagini più famose

 
 
ll ricordo di Alfredo Paluselli, signore del Cimone, poeta del Cervino delle Dolomiti, guida alpina, è sempre vivo fra le genti delle valli di Fiemme, del Primiero, in tutte le Dolomiti.

La singolarità del suo personaggio, il temperamento estroso, la caratteristica impulsività che lo portava ad atteggiamenti rudi e scontrosi quasi per mascherare la sua innata generosità d'animo, lo fecero apparire come una figura da leggenda ancor prima della sua scomparsa.

Basta considerare il suo primo quarto di secolo di vita per avere percezione dell'indole originalissima di quest'uomo perennemente agitato dall'ansia di ricerca, dalla passione per l'avventura, dall'amore per tutto ciò che è novità, rischio ed incertezza.

Figlio di un impresario edile, Alfredo Paluselli nacque a Ziano nel 1900. Dopo un'adolescenza irrequieta, insofferente della vita di paese fatta di abitudini, di piccole cose, se ne fuggì via e finì a Genova, non ancora ventenne, dove lavorò al porto come scaricatore.

Me non poteva durare molto! La sua assillante necessità di evasione doveva trovare uno sfogo e l'occasione si presentò: un vecchio; sudicio mercantile attraccato al molo e in partenza per l'America. Il giovane Paluselli non ci pensò due volte. Salì furtivamente il barcarizzo e, senza farsi scorgere, infilò un boccaporto, cacciandosi nel profondo della stiva, dove accucciato fra sacchi di merce si addormentò. Dopo molte ore fu svegliato da un grosso topo che, nel suo vagare, gli era giunto zampettando in mezzo al petto. Paluselli si trovò di un balzo a sedere e, tese le orecchie, udì il ritmico ronfare delle macchine e il sommesso frusciare dell'acqua lungo la chiglia, la paura di essere ancora troppo vicino a terra lo trattenne nella buia stiva ancora per molte ore, poi si decise ad apparire in coperta, fra lo sguardo sorpreso dei marinai che, acciuffatolo, lo trascinarono nella cabina del comandante. Il vecchio barbuto non apparve affatto irritato dall'apparizione del giovane clandestino, dal momento che aveva bisogno di un mozzo. Così Paluselli, con le braghe arrotolate sopra le ginocchia passò giorni e giorni, armato di secchio e ramazza, a fregare la tolda della nave. Nè questa situazione sì risolse all'apparire del primo porto americano, giacché il rude capitano non lo lasciò scendere a terra. La vita di marinaio sarebbe durata ancora tre mesi, mentre il cargo navigava lungo le coste del "vecchio sud" americano. Charleston, Saint Petersburg, Galveston, New Orleans. Fu qui che Paluselli riuscì finalmente a liberarsi, fuggendo da quella nave divenuta per lui un'odiosa prigione.

In America si arrangiò alla meglio, sperimentando un po' tutti i mestieri. Forse anche per combattere la malinconia cominciò a disegnare ed a scolpire, passioni che nell'età matura sarebbero divenuti per lui più che un semplice svago, una necessità di esprimere quella vena artistica che avrebbe incontrato molti apprezzamenti.

Finalmente, nel 1925, il venticinquenne Alfredo Paluselli rimetteva piede sul suolo natìo. Si chiudeva una fase densa di emozioni che gli aveva procurato, seppur invecchiandolo prima del tempo, un grosso bagaglio di esperienze umane. Gli restavano le sue montagne ed in esse sembrò trovare quella pace e quella serenità che altrove gli erano sfuggite.

Alfredo paluselli in una fototessera con firma all'età di circa 25 anni

Prese ad arrampicare, avviò quel lungo dialogo con le rocce e con la natura che solo la morte avrebbe interrotto. Conseguì il patentino di guida alpina nel 1927 ed iniziò ad esercitare con successo il suo lavoro in val di Fassa. Buon alpinista, Paluselli conosceva perfettamente l'inglese e il tedesco il che allargava non poco la cerchia di coloro che lo cercavano come guida per ascendere le vette della vai di Fassa.

La sua estrema versatilità, l'intelligenza spiccata, la sua capacità intuitiva, erano elementi che suscitavano attorno a lui simpatia, anche se Paluselli era negato a coltivare rapporti umani quando questi avessero comportato atteggiamenti non perfettamente schietti e sinceri. Era la negazione di ogni politica di compromesso e, fedele a tale principio, accettava con espansione cordiale chi gli era gradito, respingendo invece, spesso in forma assai poco ortodossa, chi non gli andava a genio.

Paluselli, pur non potendo essere paragonato ai più grandi arrampicatori del suo tempo non mancò di farsi notare, compiendo ascensioni di tutto rispetto, come una via nuova da lui tracciata con Hans Steger e Paula Wiesinger l'11 settembre 1929 sulla torre Winkler. Più tardi sarebbe stata sua anche un'ardita variante sullo spigolo nord ovest del Cimon della Pala. Maestro di sci nel 1933, svolse da allora un'intensa attività, primeggiando fra le guide-sciatori che caratterizzavano il periodo degli anni trenta. 

Dopo il periodo di lavoro in val di Fassa, neanche quattro anni, Palusellì cominciò a guardare sempre con maggior insistenza verso le verdeggianti foreste di Paneveggio e verso le cime che, da quelle, balzano in alto con ardita eleganza.

Nel 1930 prese in affitto la malga Juribello. Nel 1931 ideò la Capanna Cervino, uno dei primi esempi, se vogliamo, di casa prefabbricata. Già perché Paluselli l'aveva realizzata, pezzo su pezzo, nel suo laboratorio a Ziano, portandola nel luogo prescelto, bene in vista al Cimone, e messa lì in opera.

Capanna Cervino, Paluselli la costruì stupenda ed in luogo bellissimo ma non la amò molto, era in cerca di qualcosa di più intimo e vicino al vero spirito della montagna

L'anno dopo Paluselli prese moglie. Il viaggio di nozze lo compì da Paneveggio alla Capanna Cervino dove trascorsero la luna di miele avendo per cuscino 'la rèfa' (lo zaino). Si trattò per il vero di una luna di Miele alquanto insolita perché, lungi dal prendersi una distensiva vacanza, Alfredo cominciò subito a tracciare il sentiero dalla Capanna al passo di Rolle facendosi aiutare dalla giovane moglie. Quel sentiero, oggi allargato, costituisce la strada per salire fino alla Baita Segantini e da lì alla Val Venegia. Nel giro di tre o quattro anni la Capanna Cervino fu ampliata fino a raggiungere lo stato attuale che dispone di trenta posti letto. I clienti della Capanna Cervino dovevano sottostare ad un "rigido protocollo" fissato da Alfredo Paluselli. Si racconta che alcuni di essi furono seccamente respinti perché, dopo esser giunti al passo di Rolle con una traballante corriera, si erano presentati alla Cervino con le valigie. 'Qui sì entra solo con la rèfa' tuonò Paluselli, ed ai poveracci non restò che riparare frettolosamente in un albergo giù al passo. 

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LA COSTRUZIONE DI BAITA SEGANTINI
Ma ad Alfredo, quella casa nata come baita e trasformatasi con gli anni quasi in un albergo non poteva essere gradita a lungo. Voleva qualcosa d'altro, di più genuino, che lo portasse a vivere ancor più a contatto con la montagna, con il suo Cimone. L'idea di Baita Segantini sorse in Paluselli nel 1935 e l'anno seguente egli edificò con le sue mani la sua piccola "reggia alpestre". Per fare questo aveva recuperato i tronchi di un vecchio tabià di Bellamente, portandoli su, trascinati uno ad uno col cavallo, fino a quel verde prato gibboso dominato dal versante settentrionale dell'imponente Cimon della Pala. Completò fino alla Baita la stradina che giungeva alla Capanna Cervino.
 

Baita Segantini negli anni settanta, fortunatamente è uguale ancora oggi

Lassù la gente iniziò a recarsi attratta non solo dalla bellezza dei monti, ma anche dal fascino che emanava quell'uomo di così spiccata personalità. In quella dimora Paluselli scrisse, dipinse, lavorò, sempre pronto a soccorrere gli alpinisti in pericolo quando l'urlo rabbioso del vento portava fino a lui le invocazioni di aiuto. Era innamorato delle sue montagne e Baita Segantini era per lui il tempio edificato al cospetto del "suo Cimone".

Poco prima di morire avrebbe scritto: "Qui, in queste alture a più di duemila metri, sono vissuto per quasi trentacinque anni e, sempre, per otto mesi, nella bianca solitudine di questo paesaggio, fra l'Eccelso e il Terribile, baciato dal sole e scosso dall'uragano.' 
Visse infatti lì Paluselli, intimamente a contatto con la natura, avulso da quelle regole che comunemente inquadrano l'esistenza di tutti. Egli non lasciava quasi mai la Baita e, durante le brevi assenze, la porta era sempre aperta, sul rustico bancone c'era un biglietto: "Entrate, bevete, pagate". Raccontò in seguito che nessuno lo imbrogliò mai. Solo nel 1944 dovette fuggire in Svizzera perché ricercato dai tedeschi. Le SS sapevano che Paluselli aiutava ì partigiani ed un brutto giorno circondarono Baita Segantini minacciando di distruggerla se Paluselli non si fosse consegnato. Ma lui era già scappato.
Nel 1945 Paluselli se ne tornò alla Baita e, negli anni seguenti alternò alle ascensioni in montagna -l'ultima salita sul Cimone la compì in pantofole nell'estate del 1952- quelle innumerevoli iniziative suggeritegli dal suo spirito geniale.
Effettuò persino studi sulle ombre che si disegnavano sulle pareti delle Pale di San Martino nelle differenti ore del giorno, deducendone immagini.
 

Baita Segantini e le Pale di San Martino sullo sfondo



Studiò il suolo alla ricerca di rocce radioattive. Un giorno credette di aver coronato le sue ricerche. Si era alzato presto, una mattina di primavera, e sulla neve che circondava ancora la Baita scoprì uno strato di polvere rossiccia. La fece analizzare da un amico ed il responso fu: radioattiva. Ne parlarono i giornali, la televisione persino, poi si scoprì l'origine della radioattività: quella polvere altro non era se non sabbia del deserto del Sahara. In quella stagione, la Francia aveva fatto esplodere un suo ordigno nucleare, il fall-out aveva inquinato la sabbia del deserto che sulle ali del vento era giunta fino ai piedi del Cimone. Paluselli in quell'occasione godette di grande popolarità. Lo intervistarono anche 'quelli della TV", come lui diceva. Fra il resto gli chiesero cosa mangiasse di solito: "Pane e formaggio" fu l'asciutta risposta. "E cos'altro?" insistettero, "Formai e Pan!" disse allora, spazientito!
 

Baita Segantini e le Pale di San Martino sullo sfondo



Usava dare del tu a tutti. Uguale trattamento ebbero, quando furono in visita a Baita Segantini Leopolodo del Belgio, Alcide Degasperi e Aldo Moro. Papa Giovanni, allora patriarca di Venezia, come giunse su, fu avvicinato da Paluselli che, senza tanti complimenti, lo prese sotto braccio e se lo portò in cucina. Gli disse di starsene ben fermo e, ipso facto, disegnò un vigoroso ritratto del futuro pontefice. Parlò a lungo con lui, forse avranno discusso di Dio, di quell'Ente supremo che Alfredo Paluselli identificava con tutto quello che lo circondava, con il cielo, l'erba dei prati, le montagne, il sole e la luna, le stelle e la tempesta, le aquile che un tempo annidavano sui dirupi più inaccessibili del Cimone e che, nelle gelide e solitarie giornate d'inverno, scendevano sino alla Baita alla ricerca del cibo che quell'uomo solitario come loro, con lo sguardo di ferro come il loro, lasciava sulla terrazza, perché le "regine delle vette", creature di Dio, non avessero a soffrire la fame. Più tardi, l'invasione degli sciatori, degli escursionisti invernali ricacciò le aquile sulle alte vette e Paluselli rimase più solo, anche se attorno a lui si muoveva un'umanità vociante e a volte inopportuna. Paluselli odiava l'adulazione, la vanagloria, la presunzione. Dall'alto della sua visione cosmica della personalità umana soleva dividere gli uomini in due categorie: quelli sinceri e quelli ipocriti. Ed era un giudizio ben difficilmente errato.
 

Alfredo paluselli in un quadro di Michele Calabrò: 'Ricordi del vecio alpin'



I finanzieri di Passo Rolle erano i suoi figli adottivi, la porta della baita per loro era sempre aperta, di giorno e di notte. Un giorno, al termine di un'esercitazione, salirono alla Baita un generale e altri ufficiali delle Fiamme Gialle: dentro c'erano alcuni finanzieri stanchi morti per una lunga marcia, balzarono in piedi sull'attenti. Alfredo li guardò fissi negli occhi e tuonò "Ragazzi state seduti, quelli (volgendosi agli ufficiali) sono saliti sin qua con l'automobile". E cominciò ad allineare fumanti piatti di spaghetti davanti alle imbarazzatissime reclute, non prestò più la minima attenzione al tavolo degli ufficiali finché i suoi finanzieri non ebbero mangiato. Poi servì il generale, aspettò che finisse il pranzo, gli si avvicinò con una bottiglia di grappa alla genziana in mano: "vedi, generale, non ti devi arrabbiare, ma quei ragazzi avevano più fame di te. Mi raccomando, trattameli bene". Fini con un brindisi e da quel giorno fra gli amici di Alfredo Paluselli ci fu anche un generale della Guardia di Finanza.

Chi non entrò subito nelle sue grazie fu una contessina romana, giunta da S. Martino fino alla Baita con un codazzo di amici. Tutta elegante e imbellettata, con le scarpette da città, si vedeva che non si trovava a suo agio fra quella gente vestita da montagna. Arricciò il naso quando il buon Alfredo, con il volto incorniciato da una incolta barba grigiastra e i lunghi capelli coperti da un lercio berrettino, gli mise davanti un piatto di spaghetti. Guardò l'omaccione dal basso in alto, con sufficienza, poi con aria schifiltosa respinse il piatto; "questi non li mangio" disse e forse avrebbe voluto aggiungere qualcosa di altro ma non ne ebbe il tempo. Alfredo l'aggredì con un epiteto molto colorito anche se poco cavalleresco: "O mangi questi o puoi andartene". Si alzò un giovincello, paladino della fanciulla e con aria un po' aggressiva fece presente all'incollerito Paluselli che quella era la contessina tal dei tali, badasse bene alle parole. "Contessa o non contessa quello che ho detto resta!" fu la risposta di Alfredo Paluselli e a quelle parole due grosse lacrime scesero a disfare il trucco sugli occhi della bella fanciulla. Paluselli cambiò di colpo umore, avvicinò una seggiola a quella della contessina le mise un braccio attorno alle spalle e cominciò a parlarle in un orecchio. Cosa le abbia detto rimarrà un mistero, ma poco dopo al tavolo dei romani si cantava a squarciagola, con Alfredo che dirigeva il coro e continuava a versare bicchierini della sua grappa alla genziana. Se ne andarono che era quasi notte e prima di uscire dalla baita la giovane si gettò al collo di Alfredo Paluselli stampandogli un bacio sulla barba ispida. Un episodio fra mille che caratterizzano la vita di quest'uomo straordinario, via di mezzo fra l'eremita e il profeta, fra il frate francescano e il Donchisciotte, fra lo scienziato e il primitivo.

Per trentatré anni la Baita fu il suo regno, abbandonato solo per fugaci apparizioni al Rolle o per qualche salita sul Cimone, un regno per l'accesso al quale bastava il passaporto della semplicità e della simpatia.

Alfredo Paluselli

Nell'autunno 1969 purtroppo giunse il verdetto drastico del medico: l'aria dei 2000 metri non poteva più andare per il fisico di quell'uomo precocemente invecchiato. Paluselli dovette, colmo di malinconia, lasciare la sua cara Baita Segantini per calare a valle. Col cuore angosciato egli s'incamminò giù per il sentiero che aveva creato con le sue mani e, nello scendere, vide il tronco di una vecchia quercia rinsecchita. Fu lì che egli, con l'animo colmo di tristezza e rassegnazione s'ispirò a scrivere la "Vecchia Quercia":

" Ora siamo due ceppi arrivati al tramonto,
dopo aver superato con dignità
la parabola scendente della vita,
e nel mio oblio mi sento felice
a ringraziare riconoscente il Creatore
di avermi, lassù nel vasto orizzonte,
lasciato innamorare e lasciato vedere
e saziarmi l'anima di limpide albe e aurore
e di luminosi tramonti "

Era il settembre del 1969. C'era in questi versi il presagio della prossima fine.
Il 5 dicembre 1969 Afredo Paluselli spirava all'Ospedale di Cavalese.

Quando il 31 maggio 1951, fu sepolto nel cimitero di Tonadico, Bortolo Zagonel, Alfredo Paluselli nel pronunciare l'estremo saluto all'amico alpinista aveva detto: "Lassù ti aspettavano anche migliaia di amici delle ascese terrene. Il primo a venire incontro fu Guido Rey e voi due, quali custodi spirituali dei due Cervini, vi siete un po' gelosamente, ma fraternamente, dati la mano".

Il 5 dicembre 1969 anche Alfredo Paluselli raggiunse lassù quella schiera di uomini che dettero tutta la loro vita alla montagna, anch'egli strinse ad essi la mano e, "forse un po' gelosamente ma fraternamente" abbracciò ì custodi spirituali dei due "Cervini", lui, il custode del Cimone. La scomparsa del patriarca di Baita Segantini suscitò una grande emozione nelle valli di Fiemme e del Primiero. L'alpinista scrittore Josl Rampold ebbe a pronunciare un'orazione funebre che in poche righe condensò gli aspetti essenziali di questa figura così intensamente tormentata: "In te era tutto il segreto e tutta la bellezza di queste montagne, nei tuoi occhi rifulgeva la luce del "Tempo Promesso" del quale tanto raccontano le leggende delle Dolomiti. Questa luce brillava nei tuoi occhi, ma pochi ti hanno capito. Ora i tuoi occhi hanno mirato l'ultima luce, hanno guardato qualcosa di più sublime del Cimone. Addio, caro amico. I monti delle Pale resteranno sempre per noi il monumento del tuo ricordo".

L'ultimo viaggio di Paluselli verso il cimitero di Ziano di Fiemme, scortato dalla Guardia di Finanza in un bianco paesaggio invernale come lui avrebbe voluto
L'ultimo viaggio di Paluselli dalla Roda, presso la sua casa Natale, verso il cimitero di Ziano di Fiemme, scortato dalla Guardia di Finanza in un bianco paesaggio invernale come lui avrebbe voluto.
 

IL BUSTO IN BRONZO DI ALFREDO PALUSELLI
Il 19 settembre 1971 un altro monumento fu eretto dagli amici alla Baita Segantini: un busto in bronzo a perenne ricordo della straordinaria figura di Alfredo Paluselli, opera di Toni Gross, la cui mano, così avvezza ad usare lo scalpello di scultore quanto la corda, i chiodi ed il martello da roccia, è stata particolarmente felice nel rendere quel volto dai lineamenti rudi ed espressivi, quasi scavati dal vento gelido che scende dal Cimone. 

Il busto in bronzo fu donato dalle guide alpine di San Martino di Castrozza, le famose Aquile di San Martino.
Il testo sulla lapide del busto raffigurante Paluselli nelle immediate vicinanze di Baita Segantini recita: 
CAI SAT SEZIONE DI PRIMIERO E SAN MARTINO DI CASTROZZA

NEL CENTENARIO DELLA PRIMA ASCENSIONE
DEL CIMON DELLA PALA COMPIUTA IL 3.6.1870
DA E.R. WHITWELL S. SIORPAES C. LAUENER
A RICORDO 23 AGOSTO 1970
LE GUIDE ALPINE DI SAN MARTINO DI CASTROZZA 
 
Il monumento ad Alfredo Paluselli presso Baita Segantini, Passo RolleIl monumento ad Alfredo Paluselli presso Baita Segantini, Passo Rolle

 

Passo Rolle,
avete mai pensato, quando di sfuggita, siete passati con clima buono sui nostri passi dolomitici, dopo essere arrivati alla base sicura e tranquilla, cosa farà la nostra gente, che rimane fedele al suo posto lassù in alto abbandonata da tutti? Fra tanti di questi pionieri della montagna che vivono e soffrono in difesa del nostro patrimonio turistico qui, oggi, vi presentiamo ENRICO CEMIN, Iil custode del rifugio Passo Valles, che vive isolato a quota 2000 dall'ottobre al giugno, senza alcuno svago, e come ricreazioneha solo lo sguardo al sole, alle stelle, alla luna e spesso alla tormenta che invade per settimane e domina inesorabile, impossesandosi sovrana brutale della realtà.
 
In Val di Fiemme, tutti conoscono la modestia e la tenaciadi Enrico Cemin, specie nell'ultima guerra, quando fanti ed alpini, soldati raminghi, inglesi e tedeschi sono passati disperati e, come in un provvidenziale ospizio hanno avuto fraternamente aiuto, consiglio ed appoggio.

Ritratto di Enrico Cemin eseguito da Alfredo Paluselli

Quando nell'inverno 1950/51 tutti i guardiani lasciarono i loro rifugi per calarsi a valle, causa continue e abbondanti nevicate, solo il cinquantacinquenne Cemin restò fedele al suo posto al Passo, e con profondo spirito di abnegazione, si sacrificò dal settembre al luglio, privo di qualsiasi conforto, solo, bloccato da circa dieci metri di neve che mai gli avrebbero permesso di comunicare con i valligiani di Paneveggio e Falcade, distanti rispettivamente sette e dieci chilometri.
 
Inverno triste e spaventoso; nel volto ormai rugoso del nostro prode montanaro è rimasto impresso a caratteri indelebili: il tedio e la monotonia di quei giorni interminabili, non trovano l'uguale nei ricordi della montagna, gli unici testimoni della sua indefinibile solitudine: la pipa e il focolare.
 
Villeggiante, che passi d'estate sui nostri valichi dolomitici, col sole e la gioia di vivere, pensa all'inverno, alla solitudine ed al guardiano di Passo Valles, e poi medita, ammira e ringrazia.
Alfredo Paluselli
 
Parole scritte con stima verso Enrico Cemin, eremita al Passo Valles al pari di Paluselli al Rolle.  

 
 
RICORDI:

Di rado può accadervi d'incontrarvi
con un vero montanaro
che sia anche un vero artista.
Ho conosciuto Alfredo Paluselli,
chiamato l'« Orso delle nevi », un filosofo
a modo suo, un'introverso, un misantropo,
che, giustamente considerava l'umanità
allo stesso livello, ed era un grande artista
disegnatore, pittore, poeta.
MICHELE CALABRO' (artista)

 
 
Alto Adige, febbraio 2001:
Qui visse Alfredo Paluselli, signore del Cimon della Pala
Dire Baita Segantini è dire Alfredo Paluselli.
Figura straordinaria, filosofo, poeta, scrittore e pittore, maestro di sci e guida alpina, l'uomo che viveva con le aquile e dialogava con loro, personaggio a volte scomodo, scontroso ma carico di un'immensa umanità, amico di Alcide De Gasperi, di Aldo Moro, di Papa Giovanni XIII allora cardinale Roncalli. Personaggio inquieto, credente a modo suo in una identità superiore, fuggì da casa giovane per fare il mozzo su navi da carico. Tornato nella sua terra (era nato a Ziano nel 1900) coronò i suoi primi sogni da uomo di montagna diventando maestro di sci e guida alpina e costruendo 'Capanna Cervino' un alberghetto sul sentiero che dal Rolle portava ai piedi del Cimone.

Non gli bastava, e nel 1935 lo stesso anno in cui si sposò, costruì con le sue mani, portando in alto al traino di cavalli i tronchi di un vecchio tabià, la sua baita 'Segantini' ove è sempre vissuto, d'estate ed inverno, sino al settembre del 1969 quando le forze lo stavano abbandonando. Scendendo a valle sapeva che non sarebbe più tornato alla sua baita: moriva il 5 dicembre 1969 all'ospedale di Cavalese.

Nel settembre del 1971, a baita Segantini le guide alpine del Primiero, le famose 'Acquile di San Martino' e quelle delle valli Fiemme e Fassa, scoprirono in sua memoria un busto bronzeo opera di un altro grande amico, l'alpinista-scultore Toni Gross. A ricordo di un uomo straordinario che non lasciò mai il suo Cimone, se non in rarissime occasioni. Una di quelle risale al 1944, quando le SS salirono alla baita per arrestarlo, poichè aveva dato rifugio ad alcuni partigiani della zona. Ma lui si era già nascosto fra le rocce del Cimone che conosceva come le sue tasche e da dove ridiscese solo quando le SS se ne erano andate.


Breve biografia comparsa sul calendario 'Stelle Alpine' del 2001 (testo di Bepi Pellegrinon)
Alfredo Paluselli (1900 - 1969)
Estroso e vivace personaggio ormai entrato nella leggenda della montagna. Poeta, artista, diventa guida alpina nel 1927. Arrampica con Steger, Paula Wiesinger e Tita Piaz. Pioniere fra i maestri di sci, idea la Capanna Cervino e successivamente la Baita Segantini. Nel 1934 fonda la 'Scuola di neve nautica Leonardo Da Vinci', la prima scuola di sci delle Dolomiti. Durante la guerra è costretto a mille peripezie, inseguito com'è da italiani, partigiani e tedeschi. Trascorse il famoso inverno delle nevicate memorande (1950-51) in perfetta solitudine nella sua Baita, a 2200 metri, in compagnia del vento gelido che scende dal Cimon della Pala. Un monumento lo ricorda proprio al cospetto delle cattedrali di roccia sul versante nord delle Pale.
 

Primi sciatori alla Cervino
Paluselli tra tante cose creò anche la prima scuola di sci del Trentino: la Leonardo da Vinci e fu tra i pionieri ad offrire pacchetti vacanza comprensivi di lezioni di sci. 
 

L'ultimo riposo del poeta del Cimone, a Ziano di Fiemme suo paese Natale, insieme alla moglie Lina Paluselli