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La guerra a P.Rolle
Dal Passo Rolle la vista spazia verso cime vicine e lontane, menzionate più volte nei bollettini di guerra. L'imponente mole del Cimon della Pala e le altre vette delle Pale di S. Martino superano con le loro altezze tutte le altre cime, ma non rivestono alcun interesse storico perché non furono oggetto di fatti di guerra. Invece, nelle immediate vicinanze del passo, il Castellazzo, Cima Tognazza, Cima Cavallazza, l'imponente piramide del Colbricon e, più lontane, Cima Bocche, Cima Juribrutto, attraggono l'interesse dell'appassionato della Grande Guerra. Nei primi anni di guerra tra Impero Austroungarico e Regno d'Italia il fronte della Catena del Lagorai, chiamato dagli austriaci “Fassaner Alpen” o “Alpi di Fassa” a causa di un errore cartografico, ebbe scarsa importanza strategica e gli scontri furono rari e limitati. Ma nel 1916 i piani tattici e il concentramento di truppe italiane trasformarono questo fronte in zona di aspri combattimenti fra truppe alpine specializzate delle due parti. Il fronte tagliava in due tutte le Dolomiti con una linea che da Cima d'Asta, senza interruzione, passava per il Cauriol, il Passo Rolle, il Passo San Pellegrino, continuava attraverso la Marmolada, il Col di Lana, e ancora proseguiva per il Passo Falzarego, il Lagazuoi, le Tofane, il Cristallo e le Tre Cime di Lavaredo fino ad arrivare al Passo di Monte Croce Carnico.
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La particolare conformazione fisica del Lagorai orientale, irta di guglie inaccessibili e strapiombante a sud, con pochi arditi e obbligati passaggi attraverso strette forcelle, resero questa catena montagnosa un ideale baluardo contro l'avanzata del nemico italiano da sud. Le perdite furono gravi per tutti a seguito degli estenuanti attacchi, spesso all'arma bianca, per il possesso o la riconquista di forcelle e cime, che venivano perdute e riconquistate di continuo con massacri spaventosi della truppa. Ma il nemico forse più temibile per entrambi gli schieramenti era la cosiddetta "morte bianca": ovvero le slavine, il gelo e le bufere che nell'inverno del 1916-1917 flagellarono con violenza le cime, provocando talvolta più vittime dei combattimenti stessi. Il cimitero di Ceremana accolse fino all'autunno del 1917 oltre 500 caduti di varie nazionalità dell'Impero ed alcuni italiani. Malgrado le difficoltà climatiche dovute all'alta quota fu decorosamente mantenuto per oltre vent'anni fino al suo totale smantellamento nel 1941. Alcuni anni prima erano state recuperate anche le circa 150 salme deposte nel piccolo cimitero delle Buse dell'Oro, sul versante settentrionale del Piccolo Colbricon.
Il Passo Rolle, già caposaldo di linea austriaco, fu occupato cruentemente dalle truppe italiane della colonna Ferrari (IV Armata) già alla fine del 1915. A nord dello stesso, la cima piatta e trapezoidale del Castellaz fu trasformata dai soldati italiani in caposaldo che fronteggiava le linee nemiche di Paneveggio, del Forte Dossaccio, del massiccio di Cima Bocche. Trincee coperte, resti di baraccamenti e rifugi sono ancora oggi molto evidenti sull'altopiano roccioso che costituisce la cima del Castellaz. A sud del passo Rolle, Cima Tognazza e soprattutto Cima Cavallazza formavano una formidabile barriera per le truppe italiane risalenti da S. Martino di Castrozza: furono prese solo dopo una lotta cruenta. Dopo l'occupazione della zona e lo spostamento della prima linea verso Colbricon e il fondo valle di Travignolo, nei pressi di Paneveggio, tutta l'area fu fortificata e trasformata in acquartieramento per le nostre truppe. Dopo i fatti di Caporetto, la zona fu abbandonata e le valide truppe che per oltre due anni vi avevano combattuto, costituirono sul vicino Monte Grappa la prima barriera contro cui batté il nemico avanzante dalla valle del Piave.
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Il logoramento della trincea Il sistema tipico d'attacco di ogni esercito, in ogni fronte, nella prima guerra mondiale, consisteva in un pesante bombardamento delle prime linee che veniva poi spostato in avanti sulle retrovie per lasciare avanzare gli uomini ad ondate successive. La guerra aveva ormai assunto le caratteristiche del combattimento in alta quota: da una parte e dall'altra si iniziavano i preparativi per quella che sarebbe stata, tutti l'avevano capito, una lunga permanenza.
Si iniziava lo scavo di caverne, per riparare le truppe dai furiosi bombardamenti che, sbriciolando la dura roccia porfirica, diventavano micidiali, si cercava di dotare le trincee di un minimo di confort (se così si può definire) usando travature, assi e carta catramata per proteggersi dall'umidità, venivano stese delle linee teleferiche per trasportare i viveri, le munizioni e l'acqua, che invero lassù scarseggiava. Le cime diventavano delle piccole ma laboriosissime città, dove gli uomini avrebbero lavorato infaticabilmente per circa due anni nel tentativo di sopraffarsi l'un con l'altro.
Non mancarono certo episodi di lealtà e cameratismo tra gli stessi nemici, tipo lo scambio di pagnotte o di tabacco tra una trincea e l'altra. In certi tratti di fronte le linee distavano tra loro solo pochi metri, compresi nella cosiddetta "terra di nessuno", facilitando perciò i contatti tra i soldati all'insaputa dei superiori. Ugualmente però è da considerare come le guerre moderne, combattute all'insegna dell'odio ideologico e della spietatezza, non conoscano più questo tipo di cavalleria. Non potevano essere nemmeno concepiti i campi di sterminio o il bombardamento delle città. Il civile era sacro come pure il prigioniero e il valoroso nemico ferito. Che senso aveva uccidere di stenti persone uguali a te, indifese nel caso di civili, spesso giovani sotto i 18 anni (la generazione classe '99), nemiche solo per aver indosso una divisa diversa?
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| Trincea austriaca sul Piccolo Colbricon, sullo sfondo la bastionata sud della Marmolada (foto Agh) |
Ogni popolo si sentiva in diritto di abitare nella propria terra con il sovrano che meritava. La maggior parte dei Trentini, nel bene o nel male, riteneva una benedizione il governo austriaco; l'esercito italiano invece era convinto, essendo stato condizionato dall'atmosfera risorgimentale creatasi ed esaltata dal mondo intellettuale, che lo stesso popolo al di là delle Alpi chiedesse di essere liberato: "l'austriaco ha rubato le tue terre, i tuoi prati, i tuoi boschi: riprenditeli!" tuonavano i manifesti delle città italiane per convincere un popolo ad arruolarsi per una guerra evitabile che avrebbe risparmiato tante vite umane, austriache o italiane. Nessuna pietà veniva provata invece per il traditore o il disertore che veniva visto negativamente anche dai propri amici e parenti. Ritornando alle vicende belliche, l'esercito italiano cercava da tempo l'offensiva decisiva e di finire al più presto le ostilità: la mobilitazione sotto le montagne che resteranno celebri, come il Pasubio, il Cauriol, l'Adamello, il Bondone, il Baldo..., si fece sempre più massiccia; le truppe regolari austriache e gli Standerschützen tirolesi osservavano tutti questi preparativi e attendevano l'ora dell'assalto consapevoli di trovarsi in inferiorità numerica e materiale, ma decisi ad aggrapparsi alla roccia per non cedere un centimetro di terreno. Fino alla disfatta italiana di Caporetto le truppe si fronteggiarono sacrificandosi in inutili assalti progettati, con tanto sprezzo della vita umana, dai rispettivi comandi. Gran parte delle migliaia di morti italiani sul monte Carso sono stati immolati per la cocciuta insistenza di ripetere, una dopo l'altra, ben dodici battaglie che, alla luce dei fatti, hanno portato ben pochi mutamenti nel panorama generale della guerra. Un fatto nuovo e inaspettato segnò il ricominciare delle azioni belliche, sul fronte dolomitico, nella primavera del 1917: il 17 aprile, alle ore 23:30, il sottotenente ing. Cattani premette una piccola tastiera elettrica nelle posizioni italiane a ridosso del Col di Lana, la montagna che sovrasta con la sua mole la Val Cordevole. Alla tastiera erano collegati 5000 Kg di nitroglicerina, 200 tubi di nicrotone e 200 inneschi, posti in una camera di scoppio scavata a forza di braccia sotto le postazioni austriache della vetta. L'esplosione che seguì fu terribile: scagliò in aria 10.000 tonnellate di pietra frantumata, oltre ai resti di quelli che vi si trovavano sopra, tanto che, da parte italiana, il monte sarebbe stato da allora ribattezzato "Col di Sangue".
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| Forcella Ceremana, baracche austriache agosto 1917 (f. Grande Guerra) |
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| Forcella Ceremana oggi, fotografata dalla stessa angolazione (foto Agh) | Operazioni simili vennero ripetute in varie parti del fronte. Come è naturale, vista la stasi del teatro di guerra, l'innovazione venne sperimentata anche nel settore Cismon-Vanoi, qualche giorno prima dello scoppio del Col di Lana. A queste esplosioni non seguiva però l'attacco italiano e i Kaiserschützen potevano occupare immediatamente il cratere della mina. Al fronte frattanto venne attribuita più importanza da ambo le parti, a giudicare dalle visite fatte alle truppe da Vittorio Emanuele III che, dopo aver ispezionato il fronte dalle cime, scese nei paesi del fondo valle; dalla parte opposta ci fu la visita del giovane Imperatore Arciduca Carlo I, succeduto a Francesco Giuseppe, morto come già ricordato nel novembre 1916. Egli salì, il 17 settembre 1917, sulle due cime di Busa Alta, per ispezionare le postazioni difensive e rifondere entusiasmo ai suoi Kaiserschützen (nome da lui stesso apposto ai Landesschützen, dopo le epiche gesta profuse da questi nella difesa del fronte tirolese) nell'imminenza dell'offensiva sull'Isonzo. La prestigiosa consorte Imperatrice Zita di Borbone Parma, nata a Viareggio ma austriaca per motivi dinastici, fece il possibile perché i soldati trentini fossero riuniti non come era stato in precedenza, ed agli inizi del conflitto mondiale quando erano stati aggregati agli Slavi, agli Ungheresi ed ai Boemi. Questo diede più compattezza al fronte austriaco e più coraggio nel difendere principalmente le proprie terre. Pur essendo imperatrice solo da un anno aveva imparato il senso del dovere che un Asburgo doveva avere nei confronti dell'Impero; vedendo il suo popolo decimato dalla guerra, fu la promotrice del tentativo di pace separata per mezzo del fratello Sisto. Tuttora le svariate popolazioni dell'ex impero ricordano con ammirazione e gratitudine la sua figura tanto che al suo recente funerale ha partecipato col cuore non solo l'Austria ma anche molti rappresentanti trentini, boemi, ungheresi, svevi, croati, anche di quelle regioni che col sangue lottavano per distaccarsi dall'Impero. Questo testo fa parte della tesi di laurea di Marco Depaoli ed è tratto dal sito malamanet
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Il brano seguente è tratto dal commovente diario del soldato austriaco Dolf Kickel, 1916. Coperti di neve alta, sono situati tutt'attorno valli e monti, nella magnificenza invernale. Dalla ripida “Busa dell'Oro” nella Val Travignolo, la quale nella parte bassa è coperta da fitti boschi e sopra è percorsa dal fronte austriaco, si vede, situato sopra una valle altrimenti silenziosa, il Passo Rolle. Oltre l'altura del passo sporgono i 3.185 metri del poderoso massiccio roccioso del Cimon della Pala, il più sporgente e svettante del gruppo delle Pale di San Martino, verticale nel blu scuro dei cieli del sud. Sulle pareti verticali di crepacci selvaggi riposa un ultimo raggio di sole del giorno che lentamente svanisce. Magicamente risplende la torre di roccia ancora irradiata di luce rossastra.
L'artiglieria italiana è annidata fra le rocce e anche al Passo Rolle e da quel luogo sparano proiettili ostili, i quali lungo le loro traiettorie sopra la valle e le alture fischiano stranamente nell'aria. L'importante strada che viene da Predazzo e Bellamonte oltrepassa l'ultimo blocco stradale austriaco e distrutta dalle cannonate, attraverso scuri boschi, taglia pacificamente nella Val Travignolo il paesino di Paneveggio, snodandosi poi in curve sinuose fino all'altura del passo. Dall'altra parte conduce, scendendo con ripidi tornanti, a San Martino di Castrozza, un paese di montagna situato pittorescamente sul quale padroneggiano dall'alto al basso i 2.742 metri della Rosetta e i 2.780 metri della Cima di Val di Roda del poderoso e lungo gruppo delle Pale di San Martino.
Le trincee si allungano attraversando la amena, selvaggia e romantica bellezza della natura disturbando la pace santa con la loro sola presenza. Sotto di noi, a metà dell'abitato di Paneveggio, stretta tra le poche fondamenta delle case, serpeggia l'ostile trincea con i suoi insufficienti, poveri ricoveri nel terreno. Sopra la Val Travignolo, distante dal blocco stradale, a sinistra della strada su uno sfasciume di bastione roccioso e tra gli arbusti, è situato il Forte Dossaccio costruito in calcestruzzo, il quale, dotato di stanzoni armati di cannoni è un armamento moderno nel locale campo di battaglia. Un forte che situato sopra la Val Travignolo da a noi un buon fuoco di sbarramento e di annientamento durante le azioni di guerra dalle “Buse dell'Oro” fin su al così nominato “Naso”, poiché le nostre posizioni dal Forte Dossaccio sono direttamente visibili. Dalle nostre posizioni dove siamo mal accampati si vedono su un basso costone roccioso le trincee di posizione italiane con lanciatori di mine e nidi di fucili mitragliatori. Dalle “Buse dell'Oro “ fin su al così detto “Naso”, dal Grande al Piccolo Colbricon non lontano dalla cresta della Ceremana che scorre dall'altra parte, si avvicendano entrambi le postazioni, le quali sono a un tiro di bomba a mano e scavate profondamente nel terreno roccioso consistono per lo più in ripari naturali e pietre ammucchiate. In questo luogo i nervi saldi nella sorveglianza e nelle azioni di guerra sono giorno e notte la canzone del fronte. Il magnifico gioco di colori sulla torre di roccia del Cimon della Pala è impallidito. Sulla sua cima rimane sospesa una bandiera di nebbia, come sul Cervino in Svizzera. Lontano a occidente svanisce il giorno, imbrunisce. Ombre grigie si abbassano a poco a poco sulle valli tagliate profondamente. Quaggiù diventa buio velocemente e solo sulle montagne che dominano la valle il giorno svanisce con difficoltà. La sua ultima luce giace ancora a lungo sulle alture con un rosso tramonto delicato e brillante.
La sentinella si è preparata nel suo appostamento alla sua pericolosa uscita di tutte le notti. Gli zaini sono preparati con coperte, munizioni, bombe a mano, pistole a razzi illuminanti, un poco di vettovaglie e un poco di legna per la piccola stufa di latta. Dopo che il comando di compagnia ha dato la parola d'ordine, la sentinella si prepara a partire. Dopo aver calzato i ramponi ed essersi mascherato con i mantelli da neve, la sentinella lascia la sua postazione e si dirige verso gli ostacoli di filo spinato sparsi sul terreno tra i due fronti. La sentinella risale un ripido pendio, silenziosa, evitando ogni rumore. C'è ancora la luce crepuscolare e deve essere prestata la più grande abilità e prudenza per non richiamare l'attenzione del nemico e non far cadere il suo fuoco di annientamento su se stessi. La via da seguire, conosciuta da ogni sentinella, è riconoscibile solo agli esperti quando ci si deve orientare con la nebbia o tra il nevischio. E' diventato più scuro. La sentinella entra nel bosco che si dirada dal fondovalle verso un pendio ripido. Ci troviamo vicino alla piccola baracca delle guardie, prendiamo le baionette e le fissiamo alle carabine, le accostiamo furtivamente alla baracca con le sicure aperte pronte a sparare. C'è la possibilità offerta al nemico di annientarci in una insidia, dato che siamo già sul fianco degli italiani a causa del singolare scorrimento del fronte. Dopo un preciso sondaggio del terreno circostante ed essere entrati nella baracca di guardia per riporre l'equipaggiamento armato, i due posti di vedetta qui previsti saranno occupati ognuno da un uomo.
Il primo posto di vedetta che si trova sopra un pendio sotto la baracca di guardia, in un angolo di bosco sopra il fondovalle e vicino ad un abete isolato, offre un buon panorama sul davanti e sui fianchi del territorio nemico. Alcuni piccoli pali alti poco più di un metro, disposti disordinatamente come protezione dalle bufere, ed un vecchio ed arrugginito scudo di protezione della fanteria, compongono il posto di vedetta numero 1. Dopo l'insediamento del primo posto di vedetta, come prima cosa viene esaminato il funzionamento del “campanello d'allarme”. Da ognuno dei due posti di vedetta, un sottile filo metallico conduce nella baracca di guardia, dove a metà della stessa pende un bossolo di proiettile appeso ad un fermaglio che ha come batacchio un grande chiodo arrugginito. La via per il secondo posto di guardia, il più spiacevole, conduce su un pendio a circa 100 metri sulla destra. Si trova in mezzo ad un bosco di piante giovani alte 2 – 3 metri ed è simile al posto di guardia numero 1 vicino ad alcuni alberelli. E' situato in una piccola radura ed offre la possibilità di avere una visuale libera. Ora si monta la guardia in entrambi i posti. Il comandante, il capoposto ed il cambio della guardia che rimangono nella baracca si dispongono attorno alla piccola stufa di latta, la migliore amica della vedetta nelle gelide, fredde notti invernali. Il comandante ed il capoposto devono alternarsi alla veglia, mentre i componenti del cambio della guardia possono mettersi a dormire sulle semplici panche di legno.  Più in alto nelle proprie trincee nei periodi di tregua si dorme normalmente. Solo le sentinelle sono sveglie, vengono sostituite ogni 2 ore, spiano giù nella valle lontana dove nella confusione degli appostamenti e a contatto con il fronte si spingono con la responsabilità del loro pericoloso compito nelle vicinanze del nemico per osservare intensamente il suo operare durante la notte. La sentinella se ne sta immobile in mezzo agli alberelli o mimetizzato, spesso trattenendo il fiato ed origliando ad ogni rumore. Nuvole segnano il cielo. La luna splende per alcuni minuti in mezzo alla nuvolaglia e fa cadere la sua fredda luce sul paesaggio coperto di neve alta. I cristalli di neve scintillano e risplendono come milioni di foglioline d'argento. Gli oscuri contorni delle più lontane forme del terreno emergono come fantasmi, affondando di nuovo nell'oscurità quando la nuvolaglia si rabbuia. Gli alberelli gettano spesso strane e spettrali ombre che si muovono debolmente quando soffia il vento. I poderosi e grandi pini gemono e scricchiolano sotto il peso della neve, la quale cade a terra con un polveroso rimbalzo. I pezzi di artiglieria o ronzii “squillanti e rintronanti”, sbagliando il bersaglio, volano sopra il “Naso” fischiando e rombando. Rami secchi colpiti cadono a terra scricchiolando.
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| Ingresso crollato di un ricovero (foto Agh) |
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Trinceramento verso Val Travignolo (foto Agh) |
Data la presenza di molti rumori notturni spesso sembra che qualcuno si avvicini con passo cattivo. Allora la sentinella prende la propria carabina e mira nella direzione dei rumori sentiti o dei presunti movimenti, oppure tiene la bomba a mano in posizione di lancio, finché non vince la convinzione che i movimenti sul terreno o il muoversi di alcuni rami nella luce del crepuscolo, i quali fanno sembrare che qualcuno sia alle spalle o che sia entrato nel posto di guardia, altro non possono essere che un'illusione dovuta all'eccessivo eccitamento e alla troppa tensione. Talvolta si sentono anche le lunghe e rauche grida di qualche uccello notturno impaurito, le cui stridule urla vengono portate con sé dal vento. Dalle trincee italiane proviene il monotono ticchettio delle armi da fuoco e gli spari notturni dalle postazioni nemiche fanno fischiare l'aria mentre le nostre vedette austriache alle quali è vietato sparare a vuoto, rimangono completamente immobili.
L'intenso cono di luce di un riflettore nemico fiammeggia. Rimane fisso ad illuminare un punto come se volesse risucchiarlo. Magicamente, riversato nella luce chiara, appare il posto di guardia. I piccoli rami degli alberi piegati a causa della neve risplendono e scintillano. La sentinella sta al suo posto appoggiata all'albero, nessun movimento tradisce la sua presenza. Lentamente il cono luminoso si sposta sul pendio verso le nostre posizioni, poi di nuovo in basso presso la sentinella vicina, dove poco dopo si spegne. Ma solo per un breve momento. L'uomo al proiettore nemico è diffidente. Un poco qua e un poco la, lampeggiando, versa di nuovo la sua luce illuminando il terreno ed osservando con forti binocoli. In un settore discosto delle linee austriache si accende un grande cono di luce che taglia ed interseca quello del riflettore nemico. Il cono di luce nemico è ora velato e all'osservatore avversario viene tolta la buona possibilità di osservazione a causa della luce accecante del riflettore austriaco. I coni di luce rimangono incrociati ancora a lungo rischiarando il terreno finché l'italiano a causa della impossibilità di osservazione spegne la sua luce, dopo di che anche la colonna luminosa del riflettore austriaco si estingue. Il posto di vedetta scompare ora di nuovo profondamente nell'oscurità, illuminato a tratti dalla pallida luce lunare.
Da qualche parte sui monti è in atto in combattimento notturno. Il perdurante crepitare delle armi, a volte debole, a volte forte, è recepibile durante tutta la notte e si sente anche da lontano come se fosse il gorgogliare di una caldaia in ebollizione. Le detonazioni di mine pesanti e di granate si mescolano nel fuoco delle armi come il rimbombo dei tuoni. La vedetta ascolta silenziosa la conosciuta melodia della guerra. Quanti non vivranno più l'alba, non vedranno più la loro patria.
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| Schegge (foto Agh) |
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Una grossa scheggia di artiglieria (foto Agh) |
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| Altre schegge (foto Agh) |
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Coperchio di recipiente, e caricatore (foto Agh) |
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| Sulla scatoletta si legge parzialmente "Norve..." |
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Un frammento di granata del peso di 3 kg (foto Agh) |
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| Caricatori di pallottole per fucile (foto Agh) |
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Gavetta per il rancio (foto Agh) | Dalle armi nemiche munite di cannocchiale, che di giorno sono puntate verso le nostre postazioni, partono proiettili con frequenza irregolare. L'esercitato e fine orecchio della vedetta sente la giusta direzione dalla quale arrivano altri spari notturni degli italiani, precorrendone forse di una frazione di secondo il suono, l'appena più alto fragore. In un attimo la sentinella si rannicchia con velocità dietro la protezione, che già il proiettile fischiante passa sopra la sua posizione e si schianta sul pendio. Alla sentinella che dopo due ore di attenzione intensa stacca il servizio, la quale spala la neve altrimenti non può lasciare il posto di vedetta, spetta ancora un compito non minimo. La sentinella fuori servizio dopo essersi scaldata un poco nella baracca delle guardie deve percorrere la via di collegamento con la sentinella vicina. I soldati di collegamento ci portano ogni due ore i rapporti sulla situazione delle sentinelle a noi allacciate. Il soldato di collegamento, osservando la direzione di orientamento, rimanendo immobile quando la luce del proiettore nemico lo disturba, camminando faticosamente senza racchette e sci sull'impervio terreno nella notte scura e nella neve alta, è abbandonato a se stesso sul terreno a lui abituale tra i due fronti. Dopo essersi fermato dalla vedetta vicina ed aver risposto con contegno alla parola d'ordine, il messaggero consegna il rapporto sulla situazione al comandante della guardia, per tornare indietro alla sua posizione con il rapporto della vicina sentinella. Nella notte ciascuna guardia deve occupare ogni due ore il posto di guardia numero 1 e numero 2. Tra i due turni di guardia deve attraversare due volte la via di collegamento tra le guardie a noi vicine. Il tempo libero rimanente lo può passare a riposare nella baracca delle guardie. Ad est lentamente albeggia, si alza il mattino, il giovane giorno. La pallida luce del mattino inizia colorando di un rosso delicatamente ombrato e dipinge i bastioni di roccia dai crepacci selvaggi dei monti dolomitici che si stendono davanti a noi. Uno splendido spettacolo naturale che noi, con il bel tempo, viviamo ogni giorno in maniera nuova. Quando a poco a poco diventa chiaro e la terra di nessuno può essere osservata dalle nostre posizioni, i posti di vedetta vengono ritirati. Il servizio di vigilanza per un'altra notte è finito. Ancora prima che le sentinelle italiane o i loro appostamenti possano vedere bene la terra di nessuno, la sentinella deve essere rientrata dal suo dovere. Il tempo di marcia dalla baracca di guardia è calcolato dal comandante in base alle condizioni di luce. Un ritardo nel mettersi in marcia, che comprensibilmente ogni uomo deve effettua a distanza l'uno dall'altro, potrebbe condurre facilmente all'annientamento di qualche soldato a causa del fuoco nemico. Come l'ultimo uomo della guardia rientra nelle proprie posizioni strisciando nel reticolato, l'ombra delicata della luce mattutina si stende sulle rocce sporgenti delle Dolomiti. Oggi è il primo giorno di licenza di alcuni camerati, che raccolti i loro bagagli, si accomiatano dagli amici rimasti indietro. Il sole del mattino invia i suoi primi raggi sulle creste rocciose del Catinaccio, il regno roccioso di Re Laurino e le valli solitarie e remote cominciano lentamente ad illuminarsi. Nebbie mattutine nuotano come bianca ovatta sopra i fondovalle. Con la licenza in tasca abbiamo lasciato le nostre postazioni e su di una ripida mulattiera a serpentine abbiamo raggiunto il fondovalle. Camminando con coraggio abbiamo raggiunto il Forte Buso , dove un autocarro ci sta espressamente attendendo. Le nebbie frattanto sono sparite e una bella giornata sorge sopra i magnifici monti del Tirolo del Sud. Stando sul mezzo pesante già in moto ed in movimento noi guardiamo ancora una volta indietro, su alle “Buse dell'Oro”, dove scorrono le nostre postazioni e dove sono rimasti i nostri camerati. Mentre viaggiamo verso Predazzo, circondato dalla luce solare e lontano nella Val Travignolo, ci guarda la torre di roccia del Cimon della Pala alto oltre tremila metri, sulla cui punta, come quasi sempre, sventola una bianca bandiera di nebbia. Viaggiamo sulla stretta strada a serpentine in direzione di Bellamonte, Predazzo, e Cavalese, verso la stazione ferroviaria di Egna – Termeno, presso la primavera verdeggiante, assolata e coperta di tralci del meraviglioso e splendido Tirolo del Sud, via dal fronte dolomitico contrassegnato dalle trincee dove la guerra viene condotta sugli alti passi alpini e sulle cime rocciose. La ferrovia posta su luccicanti binari porta verso la patria noi camerati del Battaglione Cacciatori - Ciclisti N° 1, allontanandoci con i visi contenti ed abbronzati dal campo di battaglia e dal selvaggio e romantico mondo di alta montagna delle Dolomiti. Ci viene ancora a lungo alle orecchie lo strano fischio di quel solitario e disorientato pezzo di artiglieria che cadde sul terreno vicino alla nostra strada durante il viaggio di ritorno dalle postazioni, ormai distanti dietro di noi. Era l'ultimo saluto del nemico.
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Trincea presso Cima Stradon, sullo sfondo la Marmolada (foto Agh)
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Quarant'anni dopo Quando io nell'anno 1959, dopo oltre 40 anni da quei fatti di guerra, visitai la mia vecchia postazione di mitragliatrice su alle “Buse dell'Oro”, si distendeva una profonda quiete sopra la valle e le alture. Mi potevo muovere liberamente e ammirare la bellezza della natura. Come in quei giorni della prima guerra mondiale, giorni ormai trascorsi da lungo tempo, anche ora le enormi mura rocciose dei tremila delle Pale di San Martino si illuminano nel cielo blu del sud. Il Cimon della Pala (3.185 m.), la Cima della Vezzana (3.193 m.), il Campanile Travignolo (2.880 m.), la Cima dei Burloni (3.132 m.), la Torre Maggiore delle Farangole (2.938 m.), il Campanile e Cima di Focobòn (2.967 e 3.054 m.), così come il Mulaz (2.904 m.), mi guardano quassù alle “Buse dell'Oro” dalla direzione del Passo Rolle, inondati di luce solare, con maestosa superiorità. Mi salutano con vecchia intimità e guardano da questa parte alle vecchie e rovinate postazioni militari, i cui sfasciumi pietrosi e i resti di filo spinato arrugginito mi raccontano dei giorni ormai passati e della mia gioventù trascorsa qui.
Appena io mi trovai qui, profondamente commosso e immerso nello spettacolo del magnifico mondo di montagna, con la tranquillità e la solitudine attorno a me, ebbi un desiderio: che gli allora combattenti italiani del fronte e i miei camerati da lungo tempo andati al di là, potessero alzarsi ancora una volta per porgersi vicendevolmente le mani ed ammirare con me la magnifica “Enrosadira” delle Pale di San Martino, con spirito di autentica fratellanza tra i popoli, in cameratismo, pace e libertà.
Dolf Kickel, Stempfergasse 1 Graz, Austria Tratto dal commovente diario del soldato austriaco Dolf Kickel, 1916.
Il brano che segue è tratto dal Soldati contro montagne di Adone Bettega, Ed. Rossato.
La Brigata Calabria sul Piccolo Colbricon
Secondo i piani del Comando d'Armata, l'attacco lungo la testata di val Travignolo doveva avvenire con ben quattro battaglioni, suddivisi in due colonne. La sera del 19 (1916), disturbati non poco da un violento temporale, i battaglioni della brigata Calabria iniziavano la loro marcia di avvicinamento all'avversario, raggiungendo, a notte fonda, le seguenti posizioni: quota 1832 (nord-ovest di malga Juribello) e malga Costoncella, con i battaglioni II e III/60° fant.; pendici nord del Castellazzo con il III/59° fant., e il declivio settentrionale della Cavallazza con il II/59° fant. (in collegamento con il " Nucleo Ferrari" giunto su cima Tognazza). Indisturbata, la punta avanzata dello schieramento italiano era riuscita a portarsi alle spalle del presidio austriaco di cima Cavallazza e del passo di Colbricon. Fermi sulle posizioni raggiunte, i soldati della Calabria trascorsero altre 24 lunghissime ore; nelle loro orecchie uno spaventoso rumore di battaglia proveniente dalla vicina Cima Bocche, confermava che lassù qualcuno stava già morendo. Il mattino del 21 una violenta scarica d'artiglieria d'ogni calibro si riversò sulle posizioni occupate dagli austro-ungarici comprese fra la Cavallazza, il passo di Colbricon, la cima omonima e le retrovie di val Travignolo.
L'avanzata della brigata Calabria lungo la testata di val Travignolo non trovò nessun impedimento di rilievo. Obiettivo di questa nuova fase operativa, l'ampio acrocoro roccioso posto a nord del Piccolo Colbricon e sul quale i cacciatori del cap. Binder (23° battaglione) avevano trovato la loro nuova collocazione difensiva. Piccolo Colbricon (m 2511), Cima Stradon (m 2328) e quote 2187 e 2029 delle Buse dell'Oro, i nuovi capisaldi di questa formidabile linea trincerata che, pur priva di grandi opere, trovava la propria forza nelle caratteristiche del terreno. La brigata Calabria si apprestava a trovare un "nuovo Col di Lana". Primo obiettivo da raggiungere, l'altura di quota 2029, contro la quale furono lanciate le compagnie 10a, 11a e 12a del III/60° fant. e tre sezioni mitragliatrici. L'avanzata si dimostrò fin da subito molto difficoltosa; ben presto alle complessità del terreno sul quale le truppe erano costrette a procedere, si aggiunse il disturbo operato da ben nascosti cecchini, tutt'altro che intenzionati ad arrendersi. Man mano che le avanguardie si spingevano verso l'alto, il fuoco d'interdizione nemico aumentava, fino a raggiungere un'intensità e una precisione tale da impedire qualsiasi movimento. Incaricato, questa volta, di oltrepassare quota 2029 e di puntare risolutamente alle alture sovrastanti la valletta percorsa dal rio delle Buse dell'Oro, il III/60° fant. (colonna di destra) riuscì, a prezzo di gravi perdite, a spingersi sino alla base delle rocce di quota 2022 a cavallo del ruscello, dove però fu costretto ad attestarsi. Contrattaccati violentemente gli uomini del magg. Ameri dovettero retrocedere alquanto. Purtroppo per gli italiani, proprio in quelle ore stava completandosi l'ammassamento in val Travignolo dei tanto attesi rincalzi austro-ungarici. Nei giorni successivi, solamente l'estrema ala sinistra della Calabria (I/59° fant.) proseguì le proprie proiezioni offensive. Tuttavia, al mattino del 26, dopo una breve, ma violenta preparazione d'artiglieria, le unità italiane ritornarono in massa all'attacco. Fu una giornata terribile. Improvvisamente, dopo gli ultimi colpi di cannone, dal folto della foresta fecero la loro comparsa folti gruppi di soldati italiani; al grido di "Avanti Savoia" decine di giovani, con fucile e baionetta, tentavano coraggiosamente di risalire il pendio, sfidando la morte. Un battaglione (II/60° fant.) si lanciò addosso al filo spinato di quota 2029, ancora perfettamente intatto, ma il gracchiare delle mitragliatrici austriache ne frenò progressivamente la corsa. Falciate a bruciapelo, le avanguardie di quell'imponente massa d'attacco dovettero ben presto arrestarsi e ritirarsi. Ma la veemenza italiana era ben lungi dall'esaurirsi, tant'è che, dopo il preciso fuoco di due bombarde e l'esplosione di alcuni tubi di gelatina, che causarono un ampio squarcio nel reticolato, attraverso il varco e al grido fatidico di “Savoia” i bravi fanti della 6a e 9a compagnia irruppero sui difensori delle rocce (nei pressi della quota austriaca 1997), facendone strage e catturando 63 prigionieri tra cui 2 ufficiali ed una mitragliatrice.
Nonostante ciò, il successo conseguito non portò a nient'altro. Colpiti infatti dagli shrapnel, attaccati da forze ingenti e superiori e bersagliati da ogni parte dal violento fuoco delle artiglierie avversarie, i pochi superstiti delle due compagnie dovettero ripiegare sulle primitive posizioni. A fronte di centinaia di morti, la brigata Calabria non pervenne ad alcun risultato importante e le rispettive linee rimasero sostanzialmente immutate. A sera, l'operazione venne sospesa. Durante quel drammatico giorno, la brigata aveva perso 631 uomini.
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