Alfredo Paluselli


Il sole brilla tra le rocce delle Pale di San Martino. Su tutto domina una scultura naturale inimitabile: il Cimon della Pala.

Una bellezza unica resa ancora più struggente dalla sensazione di precarietà. Il Cimon della Pala sembrerebbe infatti dover crollare da un momento all’altro tanto pare ardito il suo equilibrio. “Troppo grande il Cimone, pare voglia cascarmi addosso!” scriveva Arthur Schnitzler nel 1924. Anche i primi salitori del Cimon della Pala, Edward Whitwell, Santo Siorpaes e Christian Lauener, nel 1870 devono essersi lasciati affascinare da queste sensazioni oltre che dalla pura sfida alpinistica. Le grandi imprese difficilmente riescono se non hanno le emozioni a far da sprone e bandiera.

Le emozioni animarono anche un altro grande personaggio legato a queste cime: Alfredo Paluselli.

Dopo aver vagabondato per il mondo iniziò la professione di guida alpina in Val di Fassa, sul Catinaccio. Da quelle cime bellissime ammirava spesso quella vetta aguzza e ardita che dalle lontane Pale di San Martino elegantemente si innalza: il Cimon della Pala. Erano gli ultimi anni ’20 e quella zona rappresentava per i suoi occhi un terreno ancor vergine ma di enorme bellezza su cui fondare i propri sogni. Dopo anni di lavoro sulle montagne fassane era riuscito ad accumulare circa 30.000 lire, una somma importante che gli dava la possibilità finalmente di avvicinarsi professionalmente e con l’anima a quella montagna che sembrava costantemente richiamarlo.

L’animo artistico di Paluselli sentiva con particolare intensità la voce del Cimone e non si fece pregare: dopo qualche tentativo lavorativo a Paneveggio e Malga Juribello, si avvicinò al suo grande amico roccioso costruendo Capanna Cervino. Qui fondò la prima scuola di sci delle Dolomiti. Ma la vena poetica e lo spirito libero e solitario spinsero presto Paluselli alla creazione di una realtà ancor più vicina all’amato Cimone.

Nel 1935 Paluselli iniziò la costruzione di Baita Segantini (in onore del grande pittore trentino). Prima però Paluselli dovette creare con badile e piccone la strada per salire fin là. Di fronte alla nuova costruzione creò poi anche un piccolo laghetto in modo che lo spettacolo delle montagne e della Baita si sdoppiassero nel suo riflesso.

Nel 1936 Baita Segantini era realtà: un manifesto di adorazione verso il Cimon della Pala. Egli scelse di vivere per sempre lì, al di fuori delle leggi e del pensiero comune, lasciandosi ispirare nella sua poesia e nella sua vena creativa dal vento gelido che scende da quelle vette impervie. Non abbandonava mai la sua Baita, se si doveva allontanare per un’ascesa in montagna lasciava la porta aperta e un biglietto per gli eventuali avventori: “Siate onesti, bevete e pagate”.

Paluselli come alpinista effettuò numerose prime ascensioni. Memorabile fu l’ascensione in solitaria nel 1926 della Torre Winkler (Vajolet), che gli valse il rispetto di Tita Piaz. Da ricordare è anche la via Dezulian-Paluselli sula parete est del Catinaccio e la conquista insieme a Carlo Lauton del Polse: non altissima, ma insidiosa parete che domina Ziano di Fiemme, paese natale di Paluselli. Ma tornando nelle Pale di San Martino va ricordata la conquista di Cima Silvano che Paluselli dedicò al figlio nato nel 1942 e, ben prima, la conquista del Cimon della Pala tramite una variante sulla cresta ondulata dello spigolo nord ovest, l’8 luglio 1927. Leggendaria anche l’ultima ascesa di Paluselli sulla montagna che più di tutte amava: siccome le cose troppo normali non facevano per lui, scalò il Cimon della Pala in pantofole, era l’estate del 1952.

Quello fu la stretta di mano finale tra l’uomo e la montagna, tra un viaggiatore che parlava quattro lingue ma che scelse di vivere da eremita per trentacinque anni a 2200 metri.

Nel 1969 quando scese per l’ultima volta da Baita Segantini scrisse le parole de “La vecchia quercia”.

Si legge in queste righe il presagio della fine che avvenne, tristemente puntuale, due mesi più tardi.

«Ora siamo due ceppi arrivati al tramonto,
dopo aver superato con dignità la parabola ascendente della vita.
E nel mio oblio mi sento felice a ringraziare riconoscente il Creatore
di avermi, lassù nel vasto orizzonte,
lasciato innamorare e lasciato vedere
e saziarmi l’anima di limpide albe
e aurore
e di luminosi tramonti»

 ‘La Vecchia Quercia’ di Alfredo Paluselli, Settembre 1969

Testi: Alfredo Paluselli, nipote

Il libro e lo spettacolo teatrale

L’emozionante storia di Alfredo Paluselli e di Baita Segantini è stata raccontata nel libro “Vento da Nord” scritto dal nipote omonimo ed edito da Edizioni Dolomiti. Da questo libro il regista Mario Vanzo ha tratto con successo uno spettacolo teatrale con l’impareggiabile partecipazione speciale di Mario Zucca.

“Vento da Nord”, prime 18 pagine:


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